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2600 SZ:...una Zagato a Portofino.
Questo racconto ?tratto dal libro "alfazioso"scritto da Gippo Salvetti ,presidente dell'Alfa Blue Team e possesore di una collezione di vetture Alfa Romeo del dopo guerra fra le pi?significative e numerose al mondo.
Le foto sono di Sandro Bacchi.Ringraziamo l'autore e la casa editrice Fucina Editore per averci autorizzato alla pubblicazione di questo brano.
Questo libro ed altri sono disponibili visitando il sito www.alfazioso.it
 
Già quando fu presentata nella versione definitiva (e siamo nel 1965) mi catturò per quella bocca vorace che sembrava le fauci di un Carcharodon carcharias che per i più comuni mortali viene vol­garmente chiamato squalo bianco, mentre per quelli che lo hanno visto da vicino, ...beh quelli non hanno avuto il tempo di raccontarlo.
Anche il colore, bianco, con il quale fu presentata al Salone di Fran­coforte nella sua forma definitiva, le conferiva un fascino che molto probabil­mente sarebbe stato banalizzato se si fosse optato per il classico rosso Alfa.
Zagato era ed è sempre stato maestro nelle sportive dure e pure nelle quali tutto ciò che non era necessario era superfluo davvero e, per questo, non c'era.
Accessori, cromature, fronzoli&orpelli da sempre, in casa Zagato, hanno avuto una connotazione particolare, quella di non esserci.
La vocazione principale, il richiamo della pista, era troppo forte in una Za­gato per appesantire, esteticamente e sulla bilancia, un'auto­mobile.
Questo valeva però se sotto il cofano mordeva il freno un motore sbaraz­zino come quello della Giulietta, ma il sei cilindri 2600, gioiello di pasto­sità, non aveva nella grinta il suo lato migliore. 
Vestire una 2600 ? 

Non poteva essere una GT da sportellate sulla parabolica cosa pe­raltro frequente nelle vetture con la Z sul fianco. 
Forse c'erano a disposizione ancora molte meccaniche che, complice "la congiuntura", rischiavano di diventare presto obsolete, forse il desiderio di fare gamma e accostare alla Sprint e alla Spider una versione più spor­tiva, forse il desiderio di vederla scendere in pista, forse... chissà.
Certo che 105 esemplari sono sempre un taglio di alta sartoria e non una rispo­sta di nicchia commerciale che, anche per quei tempi, supponeva numeri ben maggiori.
Non parliamo infatti di serie speciali, allestite dai numerosi carroz­zieri “minori” che ancora fiorivano in quella metà anni Sessanta, ma di un pro­dotto in listino ufficiale. Forse se il libretto "uso e manu­tenzione" fosse stato litografato in serie numerata, sarebbe costato meno. 
 
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La linea non è di quelle da far presa sul grande pubblico: stupenda ! 
Il cofano spiovente e la bocca, larga larga, che ricorda il lupo di Cappuccetto Rosso, il profilo slanciato e la coda troncata con la la­ma dell'ultimo patibolo di Versailles. 
L'interno semplice ma con qualche concessione maggiore a una certa so­bria opulenza e due sedilini posteriori che formalmente la fanno passare per un 2+2, perché essere ottimisti, in fondo, è gratis. 
La meccanica, il gioiello 2600, una migliore profilatura, i rapporti leg­germente più lunghi grazie alle gomme 175x400 (introvabili già allora!) e sul catalogo si può scrivere: oltre 210 km/h. E li fa vera­mente. 
Nel caldo abitacolo in pelle della 2600 Sprint il muro dei 200 km/h fa sempre un certo effetto, qui, con il parabrezza curvo, che se guardi nel­l'angolo ti viene il mal di testa, l'effetto è ancor più assicu­rato. 
Ma in fondo la 2600 SZ non era nata per casco, pronti, via. 
A quel prezzo (le ultime, 4.970.000, il triplo di una GTJunior !) era più facile che fosse il cinquantenne arrivato piuttosto che il trenten­ne ram­pante a staccare l' assegno. 
Ed ecco che più che il "casello-casello" di nitida memoria, la vedo mag­giormente a proprio agio nel tratto Portofino-Santa Margherita, andata e ritorno.
E se oltre alla signorina avvolta nello Chanel, cui si vuol offrire ga­leotto passaggio, si presenta anche la sorella racchia, si può sempre dire, mo­strando l'angusta panchetta posteriore: " Desolé, pas de place. " 
Ma queste sono mie pure illazioni, dal momento che da nuova o usata una 2600 SZ non l'avevo mai vista se non una soltanto nella vetrina di un concessionario. In confronto la Madonna di Lourdes, era una che si mani­festava più spesso. 
Passano gli anni e arriviamo al 1973, quando la prima crisi petroli­fera cominciava a mettere in ginocchio grandi berline e squattrinati proprietari. 
Una sera a cena in uno di quei ristoranti post-sessantotto, tipo tici­nese-ri­vegauche, tra le tendine un poco annerite (volutamente) dal fumo di can­dele che fiammeggiavano sopra ogni tavolo, vedo pas­sare lentamente un 2600 Zagato con il lampeggiatore acceso alla ri­cerca di un improbabile parcheggio.
 
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L'istinto fu di fiondarmi fuori, l'educazione e il rischio di una risen­tita re­azione della compagna di università che si era concessa all'invito a lume di candela, gelarono ogni velleità di approfondimen­to (sulla vettura).
Cercai di riscattarmi dalla momentanea distrazione, facendo il gesto di aderire alla proposta del classico fioraio che si faceva il giro not­turno dei ristoranti, gesto che fu bloccato sul nascere con un cortese " No, grazie. " della mia amica. 
Inutile dire che pagato il conto, una piccola ispezione nel circonda­rio, non ricordo con quale scusa semiplausibile, non diede alcun ri­sultato e di quella argentea sagoma che avevo appena intravisto, nulla.
Passa qualche mese e torno a quel ristorante con una compagnia più nu­merosa e rumorosa, e a mezzanotte in punto ecco accostare al marcia­piede la SZ. 
Faccio in tempo a uscire per veder scendere, fasci di rose in mano, il fio­raio; i casi erano due: o quelle rose costavano troppo o quella SZ costava poco. 
Ce n'era anche un terzo, perché la vita supera sempre l'immagina­zione: che le rose costavano il giusto prezzo e lui poteva permettersi una 2600 perché non gli era costata nulla visto che ne era entrato in possesso (ma lo seppi dopo) quando uno seduto davanti a lui disse " Vedo " ma non gli bastò un misero full contro un colore servito. 
E la Zagato passò allora di mano. 

Ma quando il nostro fioraio si rese conto che non poteva andare all' ACI a pagare il bollo dicendo allo sportello: "Facciamo alla carta più alta ? " o dal benzinaio a cambiare 20 rose rosse con venti litri di super rosa, capì che in fondo una onesta 850, magari coupé, poteva assolvere il suo com­pito fino a che un altro pollo dicesse "Per due" con un misero tris in mano. 
E cinquecentomilalire gli sembrarono cifra necessaria e sufficiente per dire:
"In fondo per il mio lavoro è anche difficile da parcheg­giare...".
 
 
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