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Il Lario e una Giulietta d'autunno,
Ovvero dell'Armonia
di Matteo Sartori 

Sar?questo un breve racconto, un viaggio immaginario e plausibile a rappresentare un ideale di sintesi tra le geometrie perfette e la leggerezza che accomunano un'automobile, un'idea architettonica di Natura, un luogo.
Una Giulietta Spider Veloce messa alla frusta, la picchiata che dai monti illuminati di verde e oro proietta un giovane uomo verso Centrolago.
Un incontro, una ragazza del Nord del Mondo, libera e incantata, compagna di un giorno perfetto lungo un itinerario fattosi docile con l'arrivo del mezzod? un piccolo viaggio lungo le sponde del Lario, che come un filo sottile srotolato nell'alternarsi di luce abbagliante e ombra fresca, porter?il riposo aprendo un varco per sentieri segreti.

Matteo Sartori, Erba (Como), 1972.
Romanziere e distributore cinematografico.
 

E’ Ottobre, buio su Milano.
Un telefono squilla.
Lame di luce gialla filtrano attraverso due tapparelle squinternate che si affacciano sui binari delle Ferrovie Nord, verso la stazione di Milano Bullona.
Ci vogliono due interminabili minuti perché la madre di Alessandro, dopo essersi infilata una vecchia vestaglia e dopo aver barcollato un poco, raggiunga l’apparecchio.
Alessandro dorme con un occhio semiaperto nella sua piccola stanza sulla ferrovia, troppo piccola per i suoi vent’anni, la sua voglia di velocità e la sua curiosità del mondo.
Dopo un rapido scambio di monosillabi e bocconi di parole ovattati dal sonno sua mamma lo raggiunge in ciabatte nel microcosmo angusto e scuro; con riluttanza lo tocca sulla spalla attraverso la coperta beige e non priva di una certa rudezza dice che ci sono quelli del Portello al telefono.
E questa è la parola caro mio, Portello, la molla magica che proietta il ragazzo fuori dal suo lettuccio con gli occhi spalancati, le tre sillabe perfette che sintetizzano i suoi sogni e il suo senso di inadeguatezza rispetto alla prospettiva del suo povero babbo che prima di morire gli ha estorto la promessa di farsi ingegnere.
Un minuto più tardi Alessandro si sta vestendo e pettinando, annoda la cravatta in un groppo sottile e sputa sulla punta delle sue scarpette da pilotaggio nere e leggere.
Dimentica qualcosa?
No, solo un’ultima occhiata rapida nello specchio, ecco cosa ci vuole, che là fuori gli anni sessanta sono alle porte e Alessandro ci vuole entrare in forma.
I collaudatori di sempre oggi non possono, gli hanno spiegato dal reparto.
“S.” è in Belgio, a Spa beato lui, mentre “B.” ha chiamato giusto in tempo per comunicare che è appena diventato padre di una bella bambina e che oggi non sarà lui a portare la Spider Veloce sul Ghisallo.
E allora le nuove sospensioni oggi verranno testate senza pietà dal novellino, Alessandro il sognatore, il figlio del popolo che il papà, non prima di essersi rotto la schiena per trent’anni in fabbrica, è riuscito a mandare al liceo.
Ma certo, quel ragazzetto snello e nervoso che sa ascoltare: quello che parla spesso della Carrera Panamericana, quello che sua madre angoscia continuamente e gli dice che non sarà mai un pilota finchè lei è in vita, quello che appena può è lì in fabbrica o ai box a Monza, divorato dalla passione e sempre pronto a dare una mano.

Fuori dal capannone Alessandro ascolta il ticchettìo della pompa della benzina.
Sette secondi di attesa sublime, la compattezza del volante fresco e saldo tra le dita, una scossa sul blocco in alluminio del motore, il gorgoglio dei quattro carburatori e la Giulietta è pronta, un’ombra rossa e perfetta che attraversa filando la Brianza, su per la Valassina ancora scura.
Poco dopo Alessandro si ferma per una pausa sul Ghisallo e respira quieto l’aria leggera del colle, un’aria così trasparente che dal parapetto del Belvedere Romeo gli sembra che basti allungare un braccio per toccare le pieghe di ferro della Grigna; ogni tanto si volta verso la Giulietta e gli viene voglia di pizzicarsi le guance.
Come se si stesse bevendo il mondo lascia scivolare lo sguardo giù per le scarpate e le umide fratte che si precipitano sul ramo di Lecco.
Che ora è? Sono le sette.
Tempo di lavoro vecchio mio.
Dopo aver mollato con uno scatto all’unisono i due ganci frontali ripiega la capote con cura nel vano. Poi si aggiusta la cravattina prima di infilare i suoi guanti speciali. Concentrazione vecchio mio, concentrazione.
Riepilogo di quello che sai sul mestiere di collaudatore, controlla la tua scheda tecnica.
Ci siamo.
In un attimo Alessandro è un tutt’uno con il volante, la trasmissione, l’albero motore, le gomme sottili.
Si arrampica senza fatica verso il Piano Rancio, un tornante, due, tre, un’infinità di tornanti, un allungo veloce a vista e ancora giù, tutto in appoggio lasciandosi la valletta di Prà Filippo sulla destra, poi le curve piane usando tutti i giri di questo motorino forte e sincero.
Arriva Guello con il suo rettilineo da centoventi dove gli alberi e i pascoli sfrecciano nei raggi di luce più audaci.
Alla “chiesetta” Alessandro sa che ci si deve fermare, sa che, anche se per le strade d’Italia non c’è quasi nessuno, là è pericoloso e i piloti più saggi si sanno fermare: i professionisti non forzano quando non serve, non attraversano i paesi a pieno gas, guardano bene a destra e a sinistra e conoscono la strada, le sue insidie.
Ergo, non investono il carretto pieno di fieno che infatti puntualmente sbuca ondeggiante e risoluto dalla strada larga per Civenna.
La discesa su Bellagio si fa forte ed il piccolo bolide non tradisce anche se lo si sente scarrocciare un poco sul retrotreno; è come se sapesse ciò che sta facendo e ci fidiamo a vicenda pensa Alessandro fiondandosi fuori dalle curve strette. Annota mentalmente che queste nuove molle potrebbero benissimo venire allentate un poco per la produzione di serie, l’assetto non ne risentirebbe troppo e la comodità ne trarrebbe grande beneficio. Perché non sono le molle vecchio mio, no, riflette Alessandro; è proprio come è costruita questa nostra Giulietta, è proprio il cuore, la cura, la sapienza di chi ha un’anima e la sa infondere in lamiera battuta, gomma e leghe leggere.

All’entrata in Bellagio il sole è già alto ed avvicinandosi al lungolago un’animazione singolare attira l’attenzione di Alessandro. In prossimità dell’Hotel Grande Bretagne, mischiata ad eleganti clienti inglesi e americani, si muove quella che sembrerebbe una squadra composta da un gran numero di operai, coordinata ed efficiente. Alessandro parcheggia la Giulietta all’imbarcadero e si sfila i guanti, si stira.
Un grosso faro avanza oscillando, portato tra gli sbuffi di due uomini che imprecano in romanesco.
Fra attrezzisti, volti stravolti, fogli che svolazzano e nuove imprecazioni questa volta provenienti da un giovanotto su una gru fornita di cinepresa, l’attenzione di Alessandro viene attirata da un gentiluomo il cui vestito deve essere stato tagliato da una divinità mondana. Impegnata in fitta conversazione con il…mmm…aspetta un po’…ma quella, quella è Annie Girardot, certo che è proprio lei, quella che Alessandro ha visto al cinematografo e che se l’è anche sognata. E quel signore impeccabile, quel tipo dallo sguardo acuto e aristocratico con cui parla è Visconti, Luchino.
Roba da pazzi il cinema in Italia, una malattia, quasi come le corse pensa Alessandro. Ma attenzione perché in quel momento il nostro non è l’unico a fissare lo sconosciuto mondo con insistenza estatica.
Qualcun altro guarda con interesse nella sua direzione.
Da un muretto nelle adiacenze del set allestito per il primo ciak della giornata, seduta nella sua lunga gonna a fiori, una sigaretta indolente al lato della bocca, una ragazza filtra le mille piccole scene intorno a lei attraverso il potente obiettivo di una macchina fotografica, di quelle che Alessandro ha visto soltanto nei film americani o in qualche “réclame”.
Da qualche minuto la ragazza si è alzata e non fa che scattare nella direzione di Alessandro.
Ad ogni scatto gli si avvicina un po’ fino ad arrivare a prendere un suo primo piano di tre quarti.
E’ qui che il nostro collaudatore è costretto a girarsi verso l’obiettivo e a sorridere timido verso quella ragazza dalle ossa forti e il naso aguzzo, bionda come un campo di fiori bianchi e grano, alta come lui ma con gli occhi blu e profondi come i fiordi. Benedicte si presenta in un italiano corretto e sorprendentemente musicale, stende una mano con una franchezza e una consapevolezza di sé che Alessandro non ha mai incontrato, non solo nelle poche ragazze che conosce, ma nemmeno nei suoi amici più svegli ed esuberanti.
Disorientato stringe la mano di Benedicte ed è così che finiscono immortalati per sempre, tra le comparse lontane di Rocco e i suoi Fratelli.
E’ di Benedicte l’idea di caricare subito la Veloce sulla nuova motonave Stelvio e di attraversare il lago verso l’approdo di Cadenabbia. Alessandro dovrà pur tornare a Milano, no? Magnifico, anche Benedicte è attesa da un treno in partenza da Milano, e poi l’aspettano tutta Italia, la Grecia e poi l’intero Mediterraneo alla ricerca delle Radici più profonde.
Alessandro ha studiato che i giovani delle famiglie importanti del Nord Europa venivano a gozzovigliare a sud delle Alpi, a studiare i classici, a scrivere, a bere il vino e a prendere il Sole.
Chissà se Benedicte viene da una famiglia importante. Di sicuro viene da Oslo e possiede una macchina per foto speciale, ma più che una riccona sembra una vagabonda semplice e pulita, con qualche lentiggine come una stellina lontana mentre la sua gonna vola nella Breva che si è appena levata sul ponte del traghetto.
La voce di Benedicte spiazza e rapisce Alessandro seguendo canoni di conversazione misteriosi per uno come lui che negli ultimi tempi si è abituato alle raffinatezze tecniche e alle durezze linguistiche delle officine, lasciando un po’ perdere i suoi amici del liceo e quei noiosi della Facoltà.
Benedicte è come essere investiti dal vento, parla del lago e usa parole come coscienza, diritti, trasparenza, neoclassicismo.
Indica una villa della Tremezzina e loda il ferro battuto delle ringhiere leggere e chiare, si sofferma sulla lavorazione degli interni della Giulietta, racconta di Stendhal e di Liszt, dei nazisti in fuga e dei contrabbandieri sulle montagne dell’Insubria. Mangiando dei pesciolini fritti dopo Lenno parla di un incendio sull’Isola Comacina, di quando la guerra era una cosa già orribile.
Alessandro sente il bisogno di nuovi pizzicotti quando Benedicte gli compra un gelato a Cernobbio e nel parco di una grande casa solenne gli bacia le labbra intrecciandogli le lunghe dita sottili dietro la nuca.
Passa solo un attimo perché la ragazza torni con naturalezza ai suoi pensieri, nella tranquilla affermazione secondo cui i bachi da seta sono animaletti molto carini. Alessandro arrossisce e non sa dove guardare; cerca in lontananza la sagoma della Giulietta che per un gioco di luce si confonde come una pennellata di talento rosso nei riflessi delle calme acque del Lario.

Ah! La sua vita fosse questa.

Una vetturetta così per scappare il sabato verso la magia del lago, per farsi accompagnare da questa ragazza nella splendida varietà dei tempi che lo aspettano, verso tutto quello che di bello e profondo esiste.
Inizia a farsi buio, si saluta il calmo bacino di Como operosa e si torna verso la zona del Portello.
Benedicte scompare nella notte di un treno che porta verso Sud, Alessandro sente tra le mani un nuovo pezzo di mondo.

 
 
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