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Dietro le quinte dell’Alfa Romeo L’importante ruolo di personaggi di secondo piano


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Bruno Bonini

Nella preistoria delle corse, quando un’Alfa Romeo tagliava per prima il traguardo, il merito non era solo della macchina e del pilota, ma in buona parte si doveva anche ai meccanici da corsa, a quegli oscuri e infaticabili eroi che avevano altri record da battere. Nel racconto che segue voglio rendere omaggio proprio a questi uomini che nei box dell’Alfa Romeo o nelle lunghe percorrenze su strada per test e collaudi, hanno dimostrato di avere mestiere, abilità, fiuto ma anche spirito di sacrificio ed una grande passione.

In una delle tante pause pranzo trascorse con Bruno Bonini al tavolo della mensa dell’Alfa Romeo, durante le quali mi saziavo più dei suoi ricordi che di cibo, gli chiesi di raccontarmi qualcosa di suo padre Pietro che avevo visto ritratto accanto a personaggi famosi, o seduto in auto al fianco di piloti in moltissime foto raccolte negli Album fotografici dell’Archivio Storico Alfa Romeo.

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Con Bruno Bonini nell'ufficio dell'Archivio Storico Alfa

Bruno Bonini, mai dimenticato da quanti frequentano ed amano il mondo delle Alfa Romeo d’epoca, fu collaudatore dell’Alfa dalla fine degli anni ’30 e per le sue capacità tecniche degne di un pilota, ebbe la responsabilità di collaudare la maggior parte delle vetture Alfa Romeo costruite nel dopoguerra e oggi tanto ricercate dai collezionisti: la 1900, la Giulietta, la Giulia e le sue derivate oltre a tanti prototipi e vetture da corsa. Seguì Juan Manuel Fangio nelle gare di Formula 1 e fu anche pilota alla Mille Miglia e alla Carrera Panamericana.

Quando un giorno gli dissi che l’invidiavo per essere stato in tanti luoghi sparsi in tutto il mondo, mi rispose che spesso per lui quei posti erano officine o garage più o meno attrezzati dove ci si muoveva a stento tra pile di pneumatici, lattine d’olio, parti di ricambio e cassette per gli attrezzi. Un vero tour de force in quanto di giorno si provava o si gareggiava e la notte si lavorava per riparare, modificare e migliorare. Poi qualche ora di sonno magari senza togliersi la tuta, con quell’odore di benzina e di olio surriscaldato che entrava nella pelle.

Dopo un’intera vita spesa in Alfa, Bruno proseguì con un rapporto di collaborazione come responsabile dei restauri delle vetture del Museo Alfa Romeo, conservatore del Registro Italiano Alfa Romeo (RIAR) e direttore sportivo della Scuderia del Portello per la quale continuò a correre nelle gare per auto storiche. E proprio durante le prove della 6 ore di Francorshamps del 1994, perse la vita a bordo di una Giulia GTA.

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Ultima foto con Bruno Bonini.
Due giorni dopo morì in prova a Francorshamps su una Giulia GTA

Conservo di lui un ricordo indelebile nutrito da una profonda gratitudine per avermi dato sempre il suo incoraggiamento e il suo prezioso aiuto quando nel novembre del 1983 mi fu affidato l’incarico di riordinare l’Archivio Storico dell’Alfa Romeo. Non esagero se dico che ero veramente spaventata, e non per la mole di lavoro, anzi, mi pareva giusto creare uno strumento in grado di fissare e presentare correttamente una storia così prestigiosa come quella dell’Alfa Romeo per contribuire a rafforzare la credibilità, il vecchio “buon nome”, che in fondo per un’azienda è più importante del capitale. Il problema era la mia scarsa conoscenza di nomi, di eventi, e soprattutto di date. Poi però, con il progredire del lavoro e con il sostegno di Bruno, qualcosa cambiò: a poco a poco scoprii il gusto di guardare indietro, di apprendere lati ignoti di vicende e personaggi; ma, soprattutto, scoprii quanto è forte l’ansia della ricerca e la soddisfazione della scoperta.

Bruno era figlio d’arte. Suo padre Pietro, per la particolare abilità nei lavori di meccanica, era stato il “meccanico da corsa” di alcuni tra i più famosi campioni: Antonio Ascari, Tazio Nuvolari, Achille Varzi e Rudolf Caracciola. Dal padre aveva ricevuto tutta la passione per il lavoro e per l’Alfa Romeo; poiché non ho conosciuto suo padre non so se fu anche lui a trasmettergli quella capacità di catturare l’attenzione di chi lo ascoltava, quella generosità nel trasmettere con semplicità e chiarezza tutto il suo sapere.

Quel giorno il racconto iniziò davanti a un piatto di spaghetti e proseguì in Archivio alla ricerca di foto a conferma di quei ricordi. Cominciò dicendomi che suo padre aveva seguito particolarmente il settore corse dell’Alfa soprattutto in Germania dove, nel 1932, fu mandato ad organizzare la Filiale di Berlino. L’ingaggio di Rudolf Caracciola in Alfa Romeo fu in buona parte opera sua. Tra il pilota ed il meccanico dell’Alfa che parlava molto bene il tedesco essendo nato in Svizzera , era nata una solida amicizia al punto che, mentre era in trattative per ritornare alla Mercedes, Caracciola con una lettera datata 3 dicembre 1933, lo voleva con sé:

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"Caro Bonini!
Come vede non sono più a Bologna e sono dalla Mercedes per trattare per l’anno prossimo. La mia gamba va molto bene e io credo che in due mesi tutto sarà come prima. Le scrivo per sapere che cosa ha in programma lei per l’anno prossimo e che cosa vuole fare. Io posso offrirle la seguente possibilità per l’anno prossimo. Un contratto per due anni come “meccanico da corsa”. Per ogni mese di assenza da Milano una somma mensile di 3800 lire. In questa somma sono compresi la paga, le spese di viaggio, così come vitto e alloggio. I viaggi in treno saranno pagati extra. Inoltre lei riceve di ogni premio da me vinto, il 3 ½%. Per i mesi invernali nei quali lei non è attivo e si trova a casa a Milano, lei riceve 1900 lire. Inoltre una assicurazione infortuni. Può provare a pensarci su e se possibile, informarmi la settimana prossima. Io sarei felicissimo se lei accettasse la mia proposta. Nel caso lei avesse un’altra proposta, o se non fosse d’accordo con uno dei punti sopra menzionati, la prego di farmelo sapere onestamente e apertamente.
Nella speranza di ricevere presto sue notizie in senso positivo, le porgo per oggi i miei migliori saluti.
Rudolf Caracciola."

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Bonini non lasciò l’Alfa e la sua lunga ed apprezzata attività fu riconosciuta dalla casa milanese che si adoprò affinché fosse premiato dalla Camera di Commercio di Milano nell’ambito del Concorso per la premiazione della fedeltà al lavoro e del progresso economico che si svolse nel mese di novembre del 1956. L’amicizia con il pilota tedesco non s’incrinò per quel rifiuto, e quando Caracciola morì per una malattia, Bonini si trovò incluso tra gli eredi.

L’Alfa gli affidò incarichi diversi ma che richiedevano disponibilità, competenza e anche tanto coraggio come quando, insieme a Consalvo Sanesi e altri colleghi, riuscì a salvare le Alfetta 158 che allo scoppio della guerra erano state nascoste a Monza negli uffici sfollati dell’Automobil Club di Milano. Il colonnello Covacivic, direttore dell’Automobil Club, avvertì la direzione dell’Alfa Romeo che i tedeschi si stavano interessando troppo ai rossi bolidi e che c’era il rischio che li portassero via. Con il suo aiuto, due camion riuscirono a raggiungere il nascondiglio per caricare le vetture, ma la manovra non passò inosservata; infatti, arrivò un soldato tedesco che, pistola in pugno, cominciò ad urlare. Ne arrivarono degli altri e la situazione cominciò a diventare seria.
Grazie alla conoscenza della lingua e al possesso di uno speciale tesserino rilasciatogli da uno dei due comandi tedeschi che avevano assunto il controllo diretto dell’Alfa (tesserino che fu sventolato prontamente sotto il naso dell’infuriato soldato tedesco) Pietro Bonini riuscì a caricare le vetture con l’aiuto dei suoi colleghi e a trasportarle ad Abbiategrasso, nell’officina del famoso pilota di motonautica Achille Castoldi, dove rimasero nascoste dietro un muro fino alla fine della guerra.
Un altro importante incarico gli fu affidato dal direttore generale Ugo Gobbato che lo inviò in missione segreta a Berlino dal ministro Albert Speer, capo dell’organizzazione Todt, con una lettera nella quale chiedeva garanzie che non venissero più saccheggiati dai magazzini del Portello materiali preziosi come l’acciaio, il magnesio e il rame. Dopo mille traversie ed un’estenuante attesa di due giorni, Bonini portò a Gobbato la risposta che permise all’Alfa la ripresa e i successi sportivi alla fine del conflitto.

Fu incaricato anche della consegna di vetture “a domicilio” a clienti di particolare riguardo. Erano gli anni in cui le Alfa Romeo appagavano i desideri più raffinati. Per sovrani, uomini politici e mondani, possedere un’Alfa Romeo era un segno di distinzione perché la straordinaria sequenza di vittorie su strada e su pista dava alle vetture destinate alla strada una personalità speciale.
Nel 1935, Bonini ne consegnò una personalmente al capo del governo Benito Mussolini che aveva una grande passione per l’Alfa Romeo. Si trattava di una 6C 2300 cabriolet Pescara che Bonini portò a Roma e per quella occasione volle essere accompagnato da sua moglie, la signora Adele, che si fece immortalare in una bella immagine durante il trasferimento da Milano, in un momento di sosta al passo della Futa.

Il 28 aprile del 1932, a Gardone Riviera ebbe luogo la presentazione della Berlina 6C 1750. Erano presenti Tazio Nuvolari, su espresso desiderio di Gabriele D’Annunzio che voleva conoscere l’“irresistibile pilota”, l’onorevole Prospero Gianferrari, consigliere delegato dell’Alfa Romeo e, naturalmente, Pietro Bonini che aveva curato la messa a punto delle vetture. In quella occasione, ricevettero in dono dal poeta una piccola tartaruga d’oro che Nuvolari da quel momento appuntò sempre sulla sua maglietta gialla come portafortuna. Questo storico incontro è testimoniato da una bella foto di D’Annunzio elegantissimo, seduto accanto a Nuvolari sul predellino della vettura. Quattro giorni dopo, Bonini ritornò a Gardone per consegnare la vettura ordinata dal Comandante, che ammalatosi proprio la sera della visita, gli fece consegnare questa lettera:

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"Caro Collega,
grazie di essere venuto a liberare l’ammirabile Alfa.
Io sono malato, dalla sera della bella visita, con un’intossicazione iodica.
E mi rammarico di non poterLa salutare e di non poter ricevere da Lei le istruzioni pratiche su la condotta della macchina.
Donna Luisa vorrà sostituirmi poiché aspira ad impadronirsi del volante!
Cordiali saluti a Lei e a tutta la comunità artefice.
Gabriele D’Annunzio.
2 maggio 1932"

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Fu ancora Bonini ad occuparsi personalmente della messa a punto e della consegna di tutte le Alfa fornite alla casa Savoia. Anche il re di Romania, in una lettera del 2 dicembre del 1942 si complimentò con l’Alfa Romeo: “per l’alta perfezione raggiunta dalle vostre costruzioni che onorano la Vostra Casa e l’industria italiana” ringraziando “per aver ricevuto in buone condizioni la vettura 8C 2900 e per l’ottima messa a punto dal vostro collaudatore Bonini che ci ha altresì fornito schiarimenti ed indicazioni per il buon funzionamento della vettura”. Analoghi apprezzamenti arrivarono anche dal re Bernardo d’Olanda per la consegna della sua 8C 2900, e si potrebbe continuare con un elenco di nomi illustri.

Qualche giorno dopo la nostra chiacchierata, Bruno mi portò delle foto dall’album dei ricordi di famiglia permettendomi di farne una duplicazione per l’Archivio dell’Alfa Romeo. Mi colpì un bel primo piano di un inedito Pietro Bonini, controfigura a Cinecittà, al posto di guida di una vettura 8C 2900 Spider nel film: La danza delle lancette. Bruno, quella mattina aveva messo all’occhiello della giacca la famosa tartaruga che suo padre aveva ricevuto da D’Annunzio perchè voleva farmela vedere. Quella piccola tartaruga non la scorderò mai più per due motivi: per l’emozione che provai quando la vidi e per il dispiacere di sentire da Bruno, la mattina successiva, che l’aveva persa! Ricordava di averla ancora quando si era fermato in un’officina prima di tornare a casa. L’aveva cercata dappertutto senza risultato; probabilmente la vecchia chiusura doveva essersi spezzata. Gli dissi mortificata che mi sentivo responsabile perché se non fosse stato per soddisfare la mia curiosità, quella tartaruga sarebbe stata ancora al suo posto.

Sull’onda di queste mie personali suggestioni, non posso non ricordare altri tre importanti personaggi che hanno contribuito a fare dell’Alfa Romeo uno dei nomi più prestigiosi della storia dell’automobile e che ho avuto l’onore di conoscere di persona: Consalvo Sanesi, Giambattista Guidotti e Guido Moroni.

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Dedica di Consalvo Sanesi
(nella foto a Monza su Alfetta 158)
Consalvo Sanesi entrò in Alfa nel 1927 in prova come meccanico del conte Gastone Brilli Peri che nel 1925 aveva conquistato il primo Campionato del Mondo con la P2. Quando il campione perì in un incidente, Sanesi fu assegnato prima a Giuseppe Campari, poi a Baconin Borzacchini e alla fine a Goffredo Zehender. Nel 1933 diventò collaudatore di tutte le vetture di serie nella squadra di Attilio Marinoni, sostituito da Gianbattista Guidotti, quando, nel 1934, venne trasferito a Modena presso la Scuderia Ferrari. Nel 1938 passò alla nascente Alfa Corse come collaudatore e apprendista pilota insieme ad Emilio Villoresi e Giordano Aldrighetti che purtroppo perirono entrambi alla guida di vetture Alfetta 158. Nel 1940, anche Marinoni morì in prova sull’autostrada Milano-Varese e Sanesi divenne capo collaudatore delle vetture da corsa e di serie. I suoi giudizi sui collaudi erano tenuti in grandissima considerazione. Anche il suo curriculum sportivo fu degno di nota. Nel 1964, alla 12 ore di Sebring, rischiò di morire in un grave incidente che gli lasciò cicatrici sul volto. Si ristabilì presto ma tre anni dopo se ne andò in pensione.
Schivo e modesto, è così che lo ricordo. L’ultima sua apparizione in pubblico avvenne il 16 dicembre del 1996 durante l’assemblea annuale del RIAR che si svolse nel Museo di Arese. In quella occasione raccontò un episodio della sua vita fino ad allora sconosciuto e lo provò mostrando una lettera che Enzo Ferrari gli scrisse nel 1950 nella quale gli chiedeva di andare a correre per la sua scuderia, allettandolo con uno stipendio superiore a quello che percepiva in Alfa Romeo. Nonostante ripetuti solleciti anche verbali, Sanesi rifiutò perché il suo attaccamento all’ azienda era di gran lunga superiore a qualsiasi compenso economico.

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Dedica di Gianbattista Guidotti
(nella foto con Nuvolari vincitori alla Mille Miglia del 1930 su Alfa 6C 1750)
Di Gianbattista Guidotti ho un ricordo molto più vivo perché ebbi modo di frequentarlo spesso. Quando lo vidi la prima volta mi disse: “Lei è così giovane che sicuramente non sa chi sono io”. Era entrato in ufficio chiedendomi di fare una telefonata. Poiché non trovò la disponibilità di un invito a pranzo da parte della persona contattata, si rivolse a me chiedendomi di accompagnarlo in mensa. Cominciarono così i suoi leggendari racconti di sorpassi a luci spente e di canzoni napoletane che all’estero prendevano il posto dell’inno nazionale. Era un instancabile oratore, e all’inizio della nostra conoscenza non capivo come mai tante persone non si facevano mai trovare in ufficio quando li cercava. Poi compresi che il cavalier Guidotti non si accorgeva di tenere “inchiodato” per ore chi l’ascoltava. Un giorno, mentre riordinavo alcuni documenti, mi capitò una di quelle agende che l’Alfa regalava ogni anno, l’aprii e vi trovai un lungo palmares di vittorie. Il nome di Guidotti compariva in tanti anni consecutivi a partire dal debutto vittorioso come co-pilota nel 1927 nella gara in salita Cuneo-Colle della Maddalena.

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Dedica di Gianbattista Guidotti
(nella foto in corsa sulla monoposto
Alfa Romeo 12 cil 4500 cc. al Gran
Gremio d'Italia a Livorno nel 1937)
Un curriculum di tutto rispetto! Era indicato, inoltre, come Direttore Sportivo e pilota di riserva per il 1946-1951, periodo in cui l’Alfa Romeo vinse 28 Gran Premi e due Campionati del Mondo di Formula 1. Mi chiesi se quelle persone sapevano chi era Giambattista Guidotti! L’ultima volta che lo sentii al telefono fu due settimane prima della sua morte che avvenne nel luglio del 1994, qualche giorno prima della scomparsa di Bruno Bonini e di Carlo Chiti. Mi disse che aveva disposto che mi fosse recapitata in ufficio una scatola con alcuni vecchi libretti di Uso e Manutenzione per l’Archivio.

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Con Guido Moroni e Giuseppe Busso
Per Guido Moroni nutro una profonda stima ed una sincera amicizia cresciuta nei nostri incontri del mercoledì in Archivio, incontri durante i quali ho appreso tante cose compreso la lettura dei disegni costruttivi. So che non ama che si parli di lui perché è molto modesto e spero che non me ne vorrà se leggerà queste righe. Entrò in Alfa Romeo nel mese di settembre del 1938, frequentò la scuola aziendale e contemporaneamente l'Istituto Tecnico nei corsi serali. Dopo il triennio fu inviato alla Direzione Servizi Studi Speciali nell'ambito della Progettazione e precisamente nel gruppo vetture da corsa come disegnatore dove rimase fino alla fine del 1945. Molti disegni di particolari tecnici del prototipo 512 portano la sua firma. In seguito, prese servizio presso le sale prova motori in qualità di motorista di collaudo. Nel 1950, venne trasferito al Servizio Sperimentale, alle dirette dipendenze di Consalvo Sanesi e qui iniziò la carriera di collaudatore di vetture sperimentali fino a diventare gradualmente il responsabile del settore quando Consalvo Sanesi andò in pensione nel 1967.

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Io e Moroni durante i festeggiamenti
dei 50 anni della Giulietta
(Milano, giugno 2004)
Nel 1980 fu promosso dirigente del settore Delibere Veicoli della Direzione Ricerca e Sviluppo e divenne responsabile delle prove su strada dei prototipi. Andò in pensione nel 1985 ma rimase ancora in Alfa Romeo come consulente fino al 1997. Guido è una di quelle persone che non invecchiano mai, sia nell’ aspetto che nello spirito e lo sanno bene i suoi ex colleghi e collaboratori che quando lo incontravano mentre percorrevamo insieme il tragitto per la mensa, si fermavano a salutarlo dicendo: “Ehilà, Moroni, come va? Ma guarda..è sempre lo stesso”. Sapete quale era la risposta che ho sentito dare infinite volte?: “Come dice la Sacra Scrittura, tira avanti fin che la dura…”.

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Con Moroni e il cav. Giorgetti dell'Afra
L’importanza che ha avuto per me ogni singolo contatto con queste persone così ricche di esperienza e di buona memoria è andato ben oltre il piano meramente professionale perché tutti mi hanno regalato momenti di autentico e aperto rapporto umano.
A loro voglio esprimere la mia affettuosa gratitudine per aver calato in una più calda dimensione umana i progetti dettati dalle fredde esigenze produttive e l’imperativo costante di vincere.


Elvira Ruocco
 
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